Parco Giordano Sangalli

Parco Giordano Sangalli


Paesaggio:
/ / / / / / / / /
Percorsi:
/ / / / / / / / /
Quartieri:
/

Indirizzo

Parco Giordano Sangalli, Roma

GPS

41.875767833286, 12.544444642564


Il parco Giordano Sangalli si trova in viale dell’Acquedotto Alessandrino ed è uno dei tre parchi pubblici del quartiere di Tor Pignattara.


Il paesaggio storico: campagna romana e borghetti

Il parco è un area verde, ancora oggi denominata Vigne Alessandrine, incorniciata nei resti del tratto di superficie dell’Aqua Alexandrina, l’ultimo acquedotto romano in ordine di costruzione, voluto dall’imperatore Alessandro Severo nel III secolo d. C.

La toponomastica del luogo restituisce la memoria della sua storia e delle radicate identità che il parco ha rappresentato e, ancora oggi, custodisce. Nel corso del ‘900 e fino ai nostri giorni, l’area che oggi è occupata dal parco ha accolto un paesaggio denso, un vero e proprio piccolo paese, con i suoi spazi sociali, religiosi e politici, rappresentando un luogo di aggregazione, ma anche di emarginazione, rispecchiando le tante contraddizioni della periferia romana. Da campagna paludosa e inospitale nell‘800, l’area si è infatti trasformata prima in spazio fertile e produttivo, poi in borghetto di case, luogo abitativo spontaneo, ma anche di aggregazione sportiva con il Campo da calcio Giordano Sangalli, ad ogni modo immagine viva del problema abitativo e sociale del ‘900.

Letteratura e cinema lo hanno più volte raccontato. Celebre è la sua presenza nel romanzo di Pier Paolo Pasolini Ragazzi di Vita. Famosi registi lo hanno privilegiato tante volte, come paesaggio narrante di un neorealismo spietato e feroce, sempre attento al dramma umano e sociale. Fotografi amatoriali e noti lo hanno raccontato in scatti che oggi sono memoria storica (come il medico e fotografo Roberto Ciavoni)

Dopo anni di degrado e abbandono, intorno agli anni ’90, con il progetto delle CentoPiazze ebbe inizio la riqualificazione dall’area, con la costruzione di un grande piazzale, la sistemazione definitiva dell’area verde, la costruzione di sentieri e la realizzazione dell’illuminazione dell’acquedotto e dei viali. Il progetto però non fu mai del tutto completato – ad esempio i restauri dell’acquedotto avvennero circa un decennio dopo – e la manutenzione ordinaria mai incardinata nel Dipartimento Ambiente e sostenuta da uno stanziamento di bilancio ordinario. Nel corso del tempo la questione della manutenzione è diventata drammatica e mai realmente risolta. Nel corso degli anni sono tanti i soggetti privati – comitati, associazioni, gruppi informali di cittadini – che si sono sostituiti all’amministrazione pubblica per la gestione della manutenzione, come per animare con eventi culturali e sociali l’area.

La toponomastica del parco

Le Vigne Alessandrine

L’area delle Vigne Alessandrine non compare come toponimo nella cartografia, indice di come questa identità sia prodotto di un lungo e radicato processo di autoidentificazione. Probabilmente la definizione di vigne è dovuta alla memoria, sia pur non cosciente, degli appezzamenti lavorati a vigneti di proprietà dei frati Camaldolesi (proprietari fino a metà ‘800 della tenuta della Casetta degli Angeli, di cui l’area dove è presente l’Acquedotto alessandrino ne era parte), che qui avevano impiantato un vitigno, La favorita, appellativo con cui è identificata, nei documenti, la stessa Villa Certosa. Alla fine dell‘800 la proprietà della Casetta degli Angeli – oggi la via omonima ne conserva la memoria nell’odonomastica – venne divisa fra la famiglia Torlonia e la famiglia Apolloni-Caracciolo: la prima proprietaria responsabile della nascita del Quadraro, la seconda di Tor Pignattara. La crescita proprio di questi quartieri circondò e soffocò l’area agricola adiacente all’acquedotto romano. Ma resta il suo carattere di nucleo a se stante, fascia di rispetto fra i due quartieri e, in qualche modo, luogo di frontiera con una forte identità territoriale.

Il Borghetto Alessandrino

L’area dell’acquedotto è stata interessata nel corso del ‘900 da fenomeni massicci di edilizia spontanea. Romani e non durante il periodo fascista, sfollati delle case bombardate durante la guerra e poi immigrati dal sud Italia, costruiscono le loro case (le celebri baracche riportate in tante foto d’epoca) addossandole proprio all’acquedotto. Case senza servizi, costruite in economia, in cui vivevano nuclei familiari numerosi in condizioni igienico sanitarie pessime.

Il borghetto Alessandrino
Il borghetto Alessandrino

Proprio di fronte al complesso dei Mille Vani sorge così un vero e proprio “slum”, composto da queste baraccopoli invivibili e malsane, sorte all’ombra dei ruderi, da cui iniziò la protesta per il diritto a una vita e a un’abitazione dignitosa. Dopo lunghe ed estenuanti lotte, che sono alla base della costituzione di comitati per il diritto alla casa, gli agglomerati di baracche furono rase al suolo e alle famiglie, che lì erano insediate, furono assegnate abitazioni civili e dignitose. Il Borghetto scomparve agli inizi degli anni ’80 del Novecento. Ancora una volta, a conservarne la memoria, resta non solo il ricordo degli abitanti più anziani, ma tracce toponomastiche, come il nome di Giordano Sangalli, o luoghi, come la cappella mariana della Madonna della Capannuccia.

La memoria della Resistenza: Giordano Sangalli e Nicolò Licata

Tra il 2004 e il 2008 il comune di Roma istituisce due siti toponomastici: il primo è uno slargo, confine ovest del parco pubblico lungo l’Acquedotto Alessandrino, a ridosso di via di Tor Pignattara, intitolato a Nicolò Licata, abitante del quartiere, medico, partigiano e poi consigliere comunale per il partito socialista italiano. Il secondo è di fatto un’acquisizione a norma di legge di una toponomastica popolare, ben radicata nell’immaginario e nella memoria degli abitanti: parco Giordano Sangalli, per l’area circoscritta fra largo Nicolò Licata, largo Raffaele Pettazzoni e via dell’Acquedotto Alessandrino. Il toponimo ricorda un campo di calcio popolare, nato spontaneamente, sfruttando le arcate dell’acquedotto come porte d’ingresso, i famosi vomitoi romani, intitolato alla memoria del partigiano Giordano Sangalli. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale il campo era utilizzato soprattutto per disputare le sfide del calcio di categoria dilettante, come stadio per le partite in casa della famosa squadra del Tor Pignattara, sponsorizzata dalla Chinotto Neri, che aveva i suoi stabilimenti lungo via del Mandrione, a Porta Furba.

Antropologia: Sangalli Community Values

L’area, oggi conosciuta come il Parco Giordano Sangalli, segna profondamente l’identità di Tor Pignattara; la sua storia caratterizza in forme indelebili il paesaggio del quartiere, non solo per la presenza dell’Acquedotto Alessandrino nel tratto che corre lungo questo pezzo di città, ma anche per la memoria recente che lo riguarda, che racconta storie di migrazioni, di baracche, di lotte per il diritto ai servizi essenziali, di demolizioni, di verde pubblico e oggi di tentativi di rinascita e di gestione da parte dei cittadini in un fermento di iniziative culturali.

La storia del Parco Sangalli, così radicata nel passato della città di Roma e nella memoria recente dei vecchi residenti, si innesta oggi nello scenario contemporaneo epocale che sta vedendo sempre più iniziative nascere dal basso, per promuovere una nuova concezione del patrimonio culturale e dello spazio pubblico, non più luogo di una cultura d’elite, ma di cittadinanza attiva e di partecipazione da parte di tutti i residenti, incluse le comunità migranti.

La nuova sistemazione urbanistica tuttavia non ha segnato una piena conquista per il quartiere, a causa del persistere del degrado cui l’area è stata sottoposta nella sua nuova forma di parco pubblico (immondizia, droga, ecc.). Per questo motivo è divenuta oggetto e simbolo negli ultimi anni di un progetto di “presa in cura” da parte di associazioni di cittadini. Almeno dal 2010 al 2017 il parco, infatti, è stato manutenuto dai cittadini, creando di fatto i presupposti per una gestione civica, sul modello dei Community Values inglese, che ha avuto diverse forme di sperimentazione.

Dal 2011 al 2013 l’area è stata manutenuta dai volontari dell’Associazione Punto di Svista. Successivamente, grazie all’impegno dei volontari dell’Associazione Amici dell’Acquedotto Alessandrino, la manutenzione è stata portata avanti con una serie di pulizie collettive (una a settimana) che hanno ridato ossigeno e fruibilità al parco per circa un anno.

Sul finire del 2014 il Comitato di Quartiere di Tor Pignattara, che aveva collaborato con le precedenti associazioni, avviava un progetto di valorizzazione e di manutenzione del parco (Sangalli Community Value) secondo un modello di gestione non volontaristica, insieme a 11 associazioni locali. L’obiettivo è stato duplice: da un lato manutenere e rendere fruibile uno spazio pubblico non in carico all’amministrazione, dall’altro reintrodurre nella comunità persone che vivevano condizioni di fragilità e marginalità.

Contemporaneamente si dava spazio a iniziative sociali e culturali rivolte alla cittadinanza. Tra il 2014 e il 2015 l’istituzione del Mercato Contadino Sangalli – un mercato di prodotti agricoli organizzato ogni sabato del mese – ha animato l’area offrendo i propri servizi e contribuendo alla manutenzione del parco. Infatti, il modello del mercato prevedeva che, a fronte della pulizia del parco, venissero scomputate le spese di occupazione del suolo pubblico. Dopo una sperimentazione riuscitissima, il mercato è stato chiuso per ragioni d’ordine burocratico e spostato di sede sul plateatico di largo Raffaele Pettazzoni (a pochi metri dal parco), con la classica formula del mercato commerciale. Pur avendo perso la carica innovativa del modello precedente, la breve riapertura del mercato contadino è stata accolta con grande entusiasmo dalla popolazione, segnale evidente dell’importanza di quel servizio per le comunità locali.

Dopo la fine del mercato contadino, per circa 2 anni, il Comitato di Quartiere di Tor Pignattara ha continuato a gestire la manutenzione ordinaria, impiegando alcuni disoccupati di zona, scelti tramite bando pubblico e regolarmente retribuiti per le ore di lavoro effettuate. In questi due anni sono state organizzate anche attività culturali, come cinema all’aperto, festival di musica, teatro, passeggiate culturali e formazione alle pratiche di economia sostenibile e circolare.

Il parco ha così registrato una sostanziale rinascita, tanto da essere attenzionato come case history nella pubblicazione internazionale Reframing Cities del noto urbanista americano John Forrester, e come case Study alla Biennale dello Spazio Pubblico, dal progetto di ricerca Co.Roma e da Labsus.
Il progetto, infatti, aveva dimostrato che con 1/10 dei costi normalmente sostenuti dall’amministrazione era possibile garantire la manutenzione, ottenendo anche un sistema di welfare integrato. A fronte dei risultato, ma anche al venir meno dei finanziamenti per il progetto sostenuto dal Comitato di Quartiere Tor Pignattara per la sua scadenza naturale, l’associazione comunicava l’interruzione dell’attività, chiedendo al Municipio di farsene carico visti gli ottimi risultati. Per ragioni di ordine burocratico, però, non si riuscì ad avviare il proseguimento del progetto e, dopo alcuni mesi di manutenzione volontaria, il Comitato non proseguì più la sua attività di sostegno, ritenendo, e a ragione, che un servizio di manutenzione ordinaria su un parco pubblico sarebbe dovuto essere in carico all’amministrazione locale, non alla cittadinanza.

La manutenzione ordinaria del parco, sul finire del 2017, è stata comunque ripresa dal Comitato Spontaneo Acquedotto Alessandrino, un team di volontari residenti nell’area. Il comitato ha brillato in capacità organizzativa e professionalità negli interventi, tanto che ora il parco risulta uno tra i più curati dell’intera città. I volontari si occupano di tutto, manutenzione ordinaria del verde, rincalzatura dei viali, abbellimenti con piante ornamentali e organizzano anche diverse attività e sono molto attivi nel progetto di recupero della parte centrale del parco, che da molti anni risulta interdetta da una non precisata ragione di sicurezza. Il progetto è sostenuto (anche se solo informalmente in quanto non esiste alcun atto di concessione, né la sigla di alcun patto di collaborazione) anche dal Municipio. L’attività è estremamente apprezzata dalla popolazione del quartiere, che recentemente ha contribuito in massa all’acquisto di un mezzo per la sfalciatura del manto erboso.

Il Parco Giordano Sangalli e il cinema

La storia complessa dell’area, le trasformazioni radicali, la presenza del borghetto e del campo, la quinta maestosa dell’Acquedotto Alessandrino hanno reso questo luogo un set straordinario per tanti film. Basti pensare al recente Fortunata di Sergio Castellitto, oppure a Amore Tossico di Claudio Caligari, ma anche a Il marito di Attilia di Dino Riso (Episodio del film I nostri Mariti) e infine a Bangla di Phaim Bhuiyan. Il cinema rappresenta uno straordinario strumento per leggere la storia di questo luogo, apprezzandone i mutamenti radicali che ha subito nel corso del tempo.

Il marito di Attilia – ovvero Nei secoli fedeli

Il marito di Attilia è un film del 1966 diretto da Dino Risi, episodio del film I nostri mariti. Protagonisti della pellicola: Ugo Tognazzi e Liana Orfei.
Il marito di Attilia è latitante in quanto ricercato dai carabinieri per furto e aggressione. Quando però l’appuntato veneto rubacuori Umberto Codegato, sotto le mentite spoglie di muratore, corteggia Attilia come previsto da un astuto piano dei carabinieri, il marito cade nel tranello ed esce allo scoperto per punire la moglie presunta adultera e il suo presunto amante: il delinquente finisce in galera, mentre Attilia avrà modo di consolarsi proprio con Umberto.

Molte delle scene sono girate nella parte dell’attuale Parco Giordano Sangalli che sale verso via Berardi.

Mentre è ben visibile il cosiddetto Campo Sangalli che era collocata nella parte in piano dell’area ed era posto, orientativamente, di fronte al complesso dei Mille Vani. Come si vede nel momento in cui il marito di Attilia sfugge alla cattura, il campo era delimitato da un muretto in direzione dell’attuale chiesa di San Giuseppe Cafasso.

Amore Tossico

Amore tossico è un film del 1983 diretto da Claudio Caligari. Tema centrale della pellicola è la dipendenza dall’eroina che afflisse molti giovani negli anni ottanta. Particolarità del film è quella di avere come attori protagonisti persone realmente eroinomani o che comunque avevano avuto un passato di tossicodipendenza.

Una delle scene del film è stata girata proprio al Parco Sangalli. È la scena in cui Loredana cerca di convertire in una dose una catenina d’oro appena rubata.

Fortunata

Fortunata è un film del 2017 diretto da Sergio Castellitto su una sceneggiatura di Margaret Mazzantini.

Nella prima periferia di romana (Tor Pignattara), Fortunata, reduce da matrimonio fallito, lotta quotidianamente per crescere la figlia da sola nel migliore dei modi. Tra mille difficoltà, sogna di aprire un negozio di parrucchiera, al fine di trovare la propria indipendenza e il proprio angolo di felicità.

Molte scene del film sono girate tra il Parco Giordano Sangalli, Largo Raffaele Pettazzoni e la vicina chiesa di San Giuseppe Cafasso

 

Bangla

Bangla è un film del 2019 diretto da Phaim Buiyan girata prevalentemente nel quartiere di Tor Pignattara.

Phaim è un giovane musulmano di origini bengalesi nato in Italia. Vive in famigli a Torpignattara, quartiere romano multietnico, lavora in un museo e suona in un gruppo. Proprio in occasione di un concerto incontra Asia. Tra i due scatta l’attrazione e Phaim dovrà cercare di capire come conciliare il suo amore con la prima regola dell’Islam: la castità prima del matrimonio. Ha vinto un premio ai Nastri d’Argento, Il film ha ottenuto 4 candidature e vinto un premio ai David di Donatello

Essendo il film (anche) un omaggio a Tor Pignattara, alcune scene vedono protagonisti due indiscussi simboli del quartiere: l’Acquedotto Alessandrino e largo Raffaele Pettazzoni.

 

Scheda realizzata da Ecomuseo Casilino