
Chiesa cristiano-cattolica San Barnaba Apostolo alla Marranella
Paesaggio antropologico / Paesaggio storico / Percorsi: luoghi e forme del sacro e della spiritualità
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Indirizzo
Piazza dei Geografi 15, 00176 Roma
GPS
41.882713370494, 12.540210190626
Telefono
Origini della Parrocchia
La parrocchia è stata eretta l’ 11 ottobre 1932 con il decreto Cum sanctissimus dominus del Cardinale Vicario Francesco Marchetti Selvaggiani, e affidata ai Figli di Maria Immacolata (Padri Pavoniani). I religiosi, di origine bresciana, che già operavano presso la parrocchia di san Felice da Cantalice a Centocelle, si trasferiscono nella borgata Galliano, dove inizialmente utilizzano dei capannoni, risiedendo prima in via Casilina e, dal 1934, in piazza Michele Sanmicheli 3. Oggi la parrocchia di San Barnaba insiste su un territorio piuttosto vasto, che comprende 27000 residenti.
Il riconoscimento agli effetti civili è stato decretato il 4 febbraio 1955. La chiesa, realizzata secondo il progetto di Tullio Rossi, è stata consacrata il 19 ottobre 1957 da Mons. Ettore Cunial, Vicegerente di Roma.
Il territorio è stato desunto da quello della parrocchia dei Santi Marcellino e Pietro ad duas lauros . Fa parte della XIV Prefettura – Settore Est della Diocesi di Roma.
Per approfondire: Scheda della Diocesi si Roma
La parrocchia ha riassunto il nome della medievale chiesa di S. Barnaba de Porta recensita al n. 325 del catalogo parigino per l’anno 1230 ed al n. 308 del catalogo torinese per l’anno 1320, come Ecclesia sancti Barnabae de Porta habet unum sacerdotem. La chiesa, secondo l’organizzazione della Romana Fraternitas, era nella regione facente capo alla basilica dei SS. Cosma e Damiano. I Mirabilia Urbis Romae del secolo XV riferiscono che la chiesa era inserita entro la Porta Maggiore (“Vat. Lat. 6898 e Ott Lat. 1267”) poi è scomparsa senza lasciare tracce. Il titolo parrocchiale è stato sollecitato dai Padri Pavoniani anche in memoria della chiesa di San Barnaba di Brescia – annessa al primo istituto del loro fondatore San Lodovico Pavoni – incamerata dal governo del regno d’Italia per le leggi sulla soppressione delle corporazioni religiose (7 luglio 1866) ed ora auditorium del Conservatorio.
La chiesa e il complesso parrocchiale
La Chiesa di San Barnaba Apostolo alla Marranella
La chiesa è stata costruita su progetto dell’architetto Tullio Rossi e inaugurata l’8 novembre 1952 dal Cardinale Vicario Clemente Micara. L’edificio di impianto basilicale, in mattoni è lungo 45 metri e largo 25.
Tra il 1963 ed il 1964 il pittore Radames Salvalaggio esegue la serie delle tele con gli Apostoli, San Paolo e San Barnaba, collocati tra le finestre, nonché le pale con l’Immacolata Concezione e l’Adorazione dei Magi sulla parete sinistra. L’abside è stata dipinta dal pittore Igino Cupelloni, attivo come restauratore nelle stanze di Raffaello in Vaticano, e come autore di molte opere conservate in chiese romane ed estere, tra il novembre e l’aprile del 1966. Nell’arco trionfale si vede il Padre Eterno benedicente, circondato da serafini, mentre nella parte alta dell’arco absidale sono raffigurati da sinistra l’incontro di Gesù con i discepoli di Emmaus, al centro la Crocifissione, sullo sfondo di un tondo di luce che rinvia all’Eucarestia e a destra la Resurrezione. Il santo titolare trionfa all’interno di una sorta di ogiva costituita da altri angeli e illuminata direttamente dalla colomba dello Spirito Santo.

Il tema fondamentale della decorazione infatti è quello della SS. Trinità, da cui la Chiesa prende vita. I triangoli di luce e colori, che si rincorrono irradiandosi in tutte le direzioni, non solo sono un chiaro rimando al cubismo, ma rinviano alla presenza costante della Trinità nella storia. Ai piedi di Barnaba compaiono due angeli, uno con la palma del martirio, l’altro con i rami di ulivo, simbolo della pace. In basso a sinistra è rappresentato Papa Giovanni XXIII che apre i lavori del Concilio Vaticano II (11 ottobre del 1962). Accanto al Pontefice compaiono a destra il cardinale Luigi Traglia, che il 29 novembre del 1966 benedisse l’ultimazione dei lavori della chiesa, e a sinistra, nelle vesti di prelato, il parroco di allora, Padre Carlo Dondi. Ancora più a sinistra i cardinali Slipy arcivescovo degli ucraini e Agagianian arcivescovo degli armeni e un patriarca orientale, a destra un prelato orientale con corona sul capo in piedi e un vescovo occidentale seduto. Sullo sfondo l’insieme dei partecipanti all’evento e i monumenti più rappresentativi di Roma, tra cui si riconoscono la basilica di S. Pietro, il Foro romano, il Pantheon. Sulla cornice campeggia la frase del Papa: “La Chiesa cattolica, consolidata nella fede, confermata nella speranza, più ardente nella carità, rifiorire di nuovo a giovanile vigore” (EV I, 77). A sinistra, sullo sfondo della città di Gerusalemme Paolo VI, primo papa della storia dopo San Pietro a recarsi in Palestina, (gennaio del 1964), regala la tiara ai poveri dell’India, proseguendo idealmente le iniziative di Barnaba, che aveva donato i proventi della vendita del suo campo per la prima comunità di cristiani e si era dedicato all’annuncio del Vangelo. La raffigurazione dell’arcivescovo ortodosso di Costantinopoli Atenagora, e di quello di Cartenterbury, Ramsey, che indossa l’anello regalatogli dal pontefice, sottolinea l’ecumenismo della Chiesa iniziato con il Concilio Vaticano II. L’insieme è interessante sotto vari punti di vista, tematico e storico, in quanto racconta momenti di svolta nella epocale della Chiesa, stilistico e tecnico, essendo l’opera realizzata ad encausto. L’originale mosaico del soffitto dell’abside crollò il 4 aprile del 1964, un venerdì santo, poco prima delle 7, ora in cui i sacerdoti abitualmente recitano le lodi. Cupelloni ripristinò la volta dipingendovi quattro angeli che sorreggono la croce e le lettere IHS (Jesus Hominum Salvator). Nel 1974 fu risistemato il presbiterio e l’altare. Nel 1984 Padre Ambrogio Fumagalli degli Olivetani di S. Francesca Romana realizzò le vetrate i cui colori vogliono rappresentare il caos, la pienezza dei tempi, la nascita di Cristo e la fine dei tempi. Le tre vetrate della facciata raffigurano la Passione, Morte e Resurrezione di Gesù. Tra il 1990 ed il 1996 il parroco padre Mario Traionotti fece realizzare all’altezza del transetto destro una cappella per la messa feriale. Qui si conserva un pregevole Crocifisso di legno intagliato dal pavoniano fratel De Bona ed un’icona con Madonna e Bambino della Mariani. Il 14 aprile del 2001 fu deposta la reliquia di San Lodovico Pavoni nell’ultima cappella destra, affrescata dal pittore Alberto Bogani con episodi della vita del santo. Accanto alla chiesa sorge l’oratorio intitolato dal gennaio del 2022 alla memoria di padre Claudio Santoro, fondatore della Casa Famiglia Lodovico Pavoni che si occupa dell’assistenza dei giovani e dei poveri e del quartiere e della stazione Termini.

Il Santo titolare San Barnaba
Barnaba, originariamente chiamato Giuseppe di Cipro, nasce a Cipro e muore a Salamina nel 61 d.C.. E’ stato un missionario cristiano compagno di San Paolo e primo evangelizzatore dell’isola di Cipro. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica e da quella ortodossa, che gli attribuiscono il titolo di apostolo anche se egli non faceva parte del gruppo dei Dodici scelti da Gesù Cristo. Vendette tutti i suoi averi e consegnò il ricavato alla Chiesa cristiana appena nata; dopo il battesimo fu rinominato Barnaba, che significa “figlio della consolazione” o “figlio dell’esortazione”. Fu lui, divenuto un membro autorevole della prima comunità cristiana, a farsi garante di Saulo di Tarso, ex-persecutore dei cristiani recentemente convertitosi a Damasco, che verrà chiamato Paolo.
Secondo quanto attestano alcuni cataloghi bizantini sui discepoli del Signore (VII-VIII sec.), Barnaba si recò prima a Roma, insieme a Pietro, poi si spostò velocemente verso il nord d’Italia, per fondare la Chiesa a Milano. Secondo la tradizione, Barnaba continuò a viaggiare e predicare fino a Salamina, dove fu lapidato da alcuni giudei nell’anno 61; sembra che al momento del martirio avesse in mano una copia del Vangelo di Matteo.
Scheda (a cura di) Rita Randolfi, in collaborazione con Ecomuseo Casilino
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