Complesso ICP di Villa Gordiani

Complesso ICP di Villa Gordiani


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Indirizzo

Viale della Venezia Giulia

GPS

41.89654145356, 12.554347262154

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Nel quartiere di case popolari denominato Villa dei Gordiani devono probabilmente essere individuate tre fasi edilizie: la prima costituita dalle costruzioni avviate dal Provveditorato alle Opere Pubbliche del Ministero dei Lavori Pubblici nel 1947 sui terreni donati dal principe Lancellotti, che includono la costruzione di 140 alloggi; la seconda, che comprende la parte più grande del complesso, realizzata tra il 1953 ed il 1955, con un finanziamento del comune di Roma, e la terza, edificata sulla base dei finanziamenti governativi per l’eliminazione delle case malsane, nel 1958. Per quanto riguarda la parte più estesa del complesso, quella realizzata dal Comune di Roma, come risulta dalla lettura degli atti del Consiglio Comunale di quegli anni, l’impianto generale fu redatto dagli Uffici Tecnici della V Ripartizione nel 1950 e fu approvato dal Ministero dei LL.PP. l’anno successivo.

Per la progettazione degli edifici, invece, sono chiamati ad operare due architetti esterni all’amministrazione, Saverio Muratori e Mario De Renzi. In questo, come in altri progetti contemporanei, i due architetti portano avanti una ricerca architettonica tendente alla semplificazione dei volumi e alla sperimentazione aggregativa dei tipi edilizi, già da loro progettata nei più famosi esempi del Tuscolano e Valco San Paolo. Il piano complessivo del quartiere, finanziato dal comune di Roma, si compone di edifici in linea e a torre, a “forma di stella”, come vengono definiti anche nelle delibere del consiglio comunale. Le costruzioni in linea sono costituite da un piano terreno rialzato e tre piani superiori. Come anche in altre esperienze dei due architetti molta attenzione è posta nella riproposizione di elementi “tradizionali” come le coperture a tetto, la ricerca di un movimento dei volumi, la giustapposizione di diverse tipologie edilizie. Molta attenzione è data anche all’utilizzazione dell’elemento del verde, che viene utilizzato tra un edificio e l’altro conferendo al complesso un buon livello di abitabilità. Gli appartamenti sono di diversa ampiezza, per la sistemazione anche di famiglie numerose. Le funzioni abitative sono separate da quelle commerciali che sono relegate a episodi disseminati in diversi punti del complesso e trovano la loro collocazione in corpi di fabbrica ad un solo piano: il più grande, porticato, che si affaccia sul viale della Venezia Giulia di fronte al mercato e diversi più piccoli collocati in diversi punti del complesso.

La prima pietra è collocata il 28 aprile del 1952 e il 5 aprile del 1954 inizia il trasferimento delle prime 200 famiglie nei nuovi alloggi (167 provenienti da Pietralata, 20 da Valle Aurelia e 13 dal Prenestino); due giorni dopo, 7 aprile, è inaugurata anche la scuola che avrebbe accolto i bambini del quartiere. Nel 1955 risultano già costruiti nove dei dieci lotti che costituivano il piano generale e si sta per ultimare il decimo. Si tratta di 2000 appartamenti, di diverso taglio (3, 4 e 5 vani) comprendenti circa 10.000 vani, per una spesa totale dell’epoca di 4 miliardi di lire. Nel complesso era prevista sin dall’inizio la costruzione del mercato, della scuola e la realizzazione di campi sportivi e di un parco pubblico a cui erano destinati 10 ettari di terreno.

Un acceso dibattito ha caratterizzato la costruzione di questo complesso abitativo: l’opposizione, costituita dai partiti del Blocco del popolo, attaccò su più fronti il sindaco Rebecchini, sia sulla scelta della localizzazione (su terreni di proprietà del principe Lancellotti), sia sulla scelta della tipologia abitativa. Gli edifici, infatti, sono costituiti da appartamenti di diverso taglio, considerati troppo grandi e quindi troppo costosi, secondo i parametri dell’edilizia popolare. La scelta di tagli più piccoli avrebbe consentito la realizzazione di un numero maggiore di unità abitative, moltiplicando l’opportunità di un alloggio per un numero maggiore di persone. Anche l’assenza di collegamenti pubblici fu oggetto di dibattito politico: solo a costruzioni completate si decise di prolungare la linea del tram fino a Largo Preneste, ma a costi di utilizzo maggiorati di quasi il doppio rispetto al biglietto di corsa semplice in vigore.

L’immagine del complesso appare oggi profondamente modificata a causa della realizzazione delle recinzioni dei diversi lotti, realizzata probabilmente nel corso degli anni ’70, che, se pur impediscono l’arrivo delle macchine fin sotto i portoni, preservando i cortili dall’invasione di un parcheggio selvaggio e garantendo ancora la salvaguardia di spazi per la sosta e il gioco, hanno eliminato l’idea di spazio libero che trapassava senza soluzione di continuità tra il privato e il pubblico sotteso nella originaria realizzazione.

Qui di seguito si riporta una breve testimonianza di un’abitante del quartiere, conservata nel saggio “Uno Sguardoingiro: il quartiere Gordiani al Collatino”
Produzione Associazione Sguardoingiro  – Edizione novembre 2018
Curato da Monica Capalbi , Barbara Ceresi, Silvia Gonnella, Nilde Guiducci , Cinzia Paolino , Paola Romi.

Il quartiere […] aveva la bellezza dell’area, l’aria soprattutto, e c’erano tanti spazi per cui i bambini giravano, crescevano nel cortile. Poi c’era la bellezza del parco. […] C’erano tante bellezze … era proprio la natura. Noi eravamo dentro un prato, in un parco. Poi ovviamente c’è stato un certo degrado, ma dovuto anche all’usura delle pareti, degli alberi ecc. […] Quindi la bellezza, la caratteristica era il verde e la libertà. Noi bambini eravamo liberi. Questa era la bella cosa nostra … bicicletta, pattini e tutto. […] era molto vissuta la zona, la zona era proprio a misura d’uomo. […] io ho avuto un’infanzia bellissima perché giocavamo, ma quanto abbiamo giocato … ho giocato a Guardie e Ladri, so’ andata in bicicletta, ho giocato a zecchinetta … che non si poteva, noi bambine non si poteva, zecchinetta, figuriamoci … oppure a catenella, tre tre giù giù, peggio che mai …[…] qui era tutto comunale … sono belle … stanno sui libri di architettura … però poi c’era un ceto medio-basso, normale, perché era gente del dopoguerra. Quindi c’era da un lato la famiglia che era un passaggio dovuto perché sfollati, anche vedove, orfani, cioè c’erano delle condizioni … che ti dovevi, “accontentare”, anche perché considerate che […] il tram si fermava all’Acqua Bullicante e da lì te la facevi a piedi. Cioè una bella passeggiata… […] venivamo un po’ tacciati quelli del comune. Ti portavi dietro questa cosa … Io non l’ho sentita, so’ sincera … […] “Tu sei comunale …” Però, purtroppo, […] ti vedono comunali, e noi bambini venivamo tacciati che venivamo dalle case comunali. Però io ero orgogliosa di essere nata là, veramente, è stato per me … e infatti mi fa piacere tornarci. Mi dispiace un pochino il degrado di adesso, però mi piacerebbe che ritornasse come io l’ho vissuta. […]
(Lea Fabbretti, 4 novembre 2016)

Scheda realizzata da Monica Capalbi (Associazione Sguardoingiro) per l’Ecomuseo Casilino

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