La Borgata Prenestina è il primo nucleo del Borghetto omonimo e fu edificata tra il 1930 ed il 1935 per ospitare, nelle intenzioni, coloro che provenivano dall’antico quartiere dei Pantani, demolito per il tracciamento della via dei Fori Imperiali.

Come si legge nel contratto d’appalto (del 17 luglio 1930), il complesso  era composto di piccole case in muratura, ad un solo piano composte per la maggior parte di una stanza e cucina e di alcuni gruppi di due camere e cucina destinate ai nuclei familiari più grandi. Le cucine erano attrezzate con “bancone [in muratura] con due fornelli di ghisa muniti di griglia e relativa cappa in muratura”. Un bugigattolo con accesso dall’esterno dell’alloggio costituiva il bagno che avrebbe avuto “la relativa tazza di terracotta maiolicata con relativo scarico fino ad imboccare il pozzetto, e dove questo manchi, la conduttura al pozzo nero”. Gli ambienti erano sopraelevati con due gradini rispetto al piano di campagna.

Le casette, costruite in fretta e con materiali non adeguati, subirono un velocissimo processo di degrado. Il Vicariato, nel 1936, dotò la borgata anche di una piccola cappella (tuttora esistente) eretta lungo la via di Sant’Agapito che dipendeva, come giurisdizione, dalla parrocchia di Casal Bertone. L’edificio, prefabbricato, era stato donato dall’impresa costruttrice che lo aveva esposto in una mostra-mercato svoltasi quell’anno a Roma.

Dal censimento condotto nel 1934 all’interno delle prime borgate costruite sappiamo che, a quella data, la Borgata Prenestina era composta di 210 edifici composti di 325 vani (1,5 vani per edificio) dove erano ospitati 1175 abitanti (3,6 abitanti/vano), suddivisi in 226 famiglie (più di una famiglia per alloggio). Gli abitanti provenivano principalmente da Roma (sfrattati/senza casa) e dalle altre provincie del Lazio, ma anche da altre regioni italiane: Abruzzo, Campania, Toscana, Sicilia, Umbria, Marche, Emilia Romagna, Liguria, Sardegna, Lombardia, Puglia. Erano occupati principalmente nell’edilizia (89), per lo più come manovali, nell’artigianato (25), nel commercio (13), come domestici e inservienti (46), nell’agricoltura (4), come spazzini (13) e in altri mestieri (11).

In questo e in altri settori della città furono ben presto costruiti altri gruppi di “casette” a Primavalle, Acqua Bullicante – Borgata Teano (1932-1933) e il primo nucleo di quella che sarebbe divenuta la sterminata Borgata Gordiani (1931-1933). Il Piano Particolareggiato della zona, approvato in variante al Piano Regolatore Generale del 1931, in pieno conflitto bellico, quando ancora si riteneva che la guerra sarebbe stata breve e vittoriosa, individuò l’area tra l’attuale viale Palmiro Togliatti e la Villa dei Gordiani per la costruzione dei nuovi Mercati Generali e del Nuovo Mattatoio, prevedendo, sui rimanenti terreni, quartieri residenziali di tipo intensivo. A salvaguardia dei ruderi della Villa dei Gordiani, AntonioMuňoz, allora Ispettore Generale delle AA.BB.AA.,chiese l’esproprio dell’area su cui insistevano i resti archeologici e un diverso disegno dell’abitato previsto per “dare maggior respiro ed orizzonte all’insigne gruppo monumentale”. Le vicende della guerra, comunque, nonostante fosse già stato attuato un Decreto di occupazione d’urgenza alla fine del 1939, non permisero di attuare il progetto.

Negli anni successivi al secondo conflitto bellico si verificò a Roma, come in altre grandi città, una nuova grave situazione di emergenza abitativa causata dal grande flusso di inurbamento alla ricerca di un lavoro. Se dopo il primo conflitto mondiale si contavano, sparsi nel territorio dell’Agro, 72 borghetti, dopo la seconda guerra mondiale, nel 1949, furono censiti nel territorio del Comune di Roma circa 150 baraccamenti spontanei. Iniziarono a diffondersi agglomerati di baracche lungo la ferrovia, all’acquedotto Felice, al Mandrione, sulla via Latina e in tanti altri luoghi dell’Agro Romano, anche in contiguità con gli insediamenti delle borgate governatoriali. Tali agglomerati persistettero per molti anni e la soluzione definitiva, con il loro abbattimento, fu raggiunta solo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ‘80.

In continuità della Borgata Prenestina, su terreni appartenenti ai principi Lancellotti, iniziarono a sorgere le baracche e le casupole spontanee che costituirono per circa quarant’anni il grande baraccamento del cosiddetto Borghetto Prenestino. Questo nucleo abitativo, che fu denominato anche Borghetto Lancellotti in quanto insisteva su terreno del principe, o Borghetto delle Terme de’ Gordiani, divenne emblema, insieme alla limitrofa Borgata Gordiani, del degrado della periferia romana e fu oggetto di numerosi articoli della stampa dell’epoca che denunciava l’assoluta mancanza di condizioni igieniche e lo stato di fatiscenza delle abitazioni.

In un articolo de “L’Unità” apparso il 6 settembre 1957 il borghetto viene descritto con queste parole:

Alcuni mesi or sono il Comune fece fare un censimento della Borgata Lancellotti, nota anche col nome di Borghetto Terme de’ Gordiani uno sterminato labirinto di casette “abusive” in muratura, con qualche settore di baracche, compreso tra la Stazione Prenestina e la Via Prenestina […] I funzionari del Comune durarono due mesi a cavarsela, riportando dal loro duro pellegrinaggio dati che un mese dopo erano già invecchiati. Quante sono le baracche e le casette della borgata Lancellotti? Si dice tremila, si dice tremilacinquecento. […] Per gli abitanti le cifre vanno da cinquemila, a novemila, a quindicimila. Si tratta, in ogni caso, di migliaia di persone che vivono abbandonate e quasi insospettate, sul ciglio di una grande via romana […] in spaventose condizioni di affollamento, in un incredibile groviglio di vicoli (centinaia di vicoli, di budelli indescrivibili) che a sera piombano nel buio più profondo. […] La stragrande maggioranza delle famiglie che vivono in questa “città nella città” è onesta gente che lavora e campa come può: ex sfrattati, immigrati di provincie povere, gente che fa il possibile per tenere pulita e presentabile la tana in cui è condannata a vivere […]

E ancora nel 1961 (in un articolo comparso, sempre sul quotidiano “L’Unità” il 31 maggio):

[…] il Borghetto Lancellotti, che si affaccia sulla Via Prenestina, è divenuto ormai un labirinto dove il visitatore si può smarrire tra le vecchie baracche imbevute di umidità che si susseguono una vicina all’altra lasciando spesso appena lo spazio per lasciar passare. Non si sa neppure approssimativamente quanti sono gli abitanti. Si tratta in massima parte di ‘residenti non ufficiali’ – calabresi, lucani, abruzzesi, venuti a Roma per trovare un posto nell’edilizia – che sono rimasti estranei ai vari censimenti. Alcuni dicono che le famiglie del Borghetto non sono meno di tremila: tanti abitanti quanti ve ne sono in una piccola città. E arrivano sempre nuove famiglie. In fretta costruiscono con i mattoni forati quattro pareti, coprono la costruzione con pochi assi e delle tegole e in poche ore una nuova baracca si aggiunge alle centinaia che si affollano in tutta la vasta spianata. […] Tra le baracche l’acqua sporca si fa strada da sé, formando rivoletti male odoranti intorno ai quali giocano i bambini. I rifiuti vengono gettati in una grande fossa aperta, sul fondo della quale si formano le gore dell’acqua stagnante. […] Nell’esteso baraccamento, che occupava una superficie di quasi due ettari, mancavano quasi del tutto gli edifici pubblici come le scuole (le scuole di pertinenza erano quelle di Casal Bertone), l’illuminazione (era presente solo nella parte della Borgata ufficiale), le fognature ecc. L’asilo per i bambini più piccoli era gestito dalle Suore del Calvario e la parrocchia di Sant’Agapito, venne istituita solo alla fine degli anni ‘50, prima in un negozio e poi, dal 1963, all’interno di un capannone prefabbricato collocato sul terreno del cantiere dell’EMPADAI. Il borghetto fu demolito solo nel 1980, dopo decenni di lotte per il diritto alla casa e dopo campagne e mobilitazioni da parte di molte personalità. Anche il Papa Paolo VI, dopo una visita alla Parrocchia di Sant’Agapito, nel Natale del 1969, scrisse una lettera all’allora sindaco di Roma Clelio Darida, nella quale chiede la mobilitazione “di tutte le forze sinceramente e volonterosamente sensibili al lamentevole problema dei baraccati”.

Testo di Monica Capalbi

Tratto da  “Uno Sguardoingiro: il quartiere Gordiani al Collatino”
Produzione Associazione Sguardoingiro  – Edizione novembre 2018
Curato da Monica Capalbi , Barbara Ceresi, Silvia Gonnella, Nilde Guiducci , Cinzia Paolino , Paola Romi.

Questa pubblicazione è una guida di recupero della memoria storica e culturale dedicate al quartiere omonimo, significativo anche dal punto di vista sociale. Attraverso l’analisi archeologica e urbanistica del territorio, corredate con un contributo fotografico diretto, prodotto ad hoc e con interviste ai protagonisti moderni delle zone studiate, in questo volume vengono tracciate le tappe fondamentali dell’evoluzione e dei cambiamenti di questa zona.

Alla scoperta del Borghetto Prenestino: LE DONNE  – Marzo 2018
Mostra fotografica che racconta il mondo femminile  nella baraccopoli durante gli anni Settanta.
Dodici figure femminili, ritratte in attività quotidiane, sono le protagoniste. La mostra è stata realizzata da Sguardoingiro a Gordiani in Comune, spazio che l’associazione gestisce insieme a La Strada in via Pisino 30, vicinissimo a dove fino agli Ottanta si estendeva il Borghetto Prenestino.

Il titolo della mostra sceglie LE DONNE come prima tappa di un percorso di conoscenza per comprendere meglio come si era sviluppato e come si svolgeva la vita quotidiana al femminile in questo baraccamento, nato nel 1928 e definitivamente demolito nel 1981. A questa ne seguiranno altre che prenderanno in considerazione ulteriori aspetti della vita del Borghetto. Il progetto “Alla scoperta del Borghetto Prenestino” è stato pensato in vari capitoli, che prevedono nel tempo vari livelli di realizzazione: altre mostre, una raccolta di interviste a persone legate al Borghetto (abitanti, operatori sociali) e la raccolta ed esposizione di documenti storici.

Le foto che Cinzia Paolino, organizzatrice della mostra, ha avuto la possibilità di utilizzare, provengono dall’archivio di A.G.La.S.T., un’associazione che ha risieduto e lavorato dal 1982 a oggi in questo territorio, formata da professionisti (psicologi e psicoterapeuti) che da anni lavorano nel campo della tossicodipendenza e della prevenzione attraverso progetti sociali e servizi offerti alla persona e alla famiglia. Le immagini sono state scattate negli anni Settanta da Ennio Molinari, di cui sono poche le notizie certe. Certo è però che Aglast ha conservato un suo fondo di circa 70 foto che ritraggono baracche, bambini, strade e famiglie del Borghetto.

Il recente trasferimento di Aglast è la ragione di questo prezioso “lascito” a Sguardoingiro, dando la possibilità di utilizzare il fondo fotografico con lo scopo di mantenere viva la memoria di volti e luoghi. Durante i giorni della mostra, Sguardoingiro ha proposto anche eventi ed appuntamenti che hanno coinvolto persone legate alla storia del Borghetto, abitanti, parenti, operatori sociali, maestri e sacerdoti, che hanno condiviso dal vivo i ricordi di quel periodo.

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