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Archeologia invisibile: un patrimonio dimenticato

Bisogna essere realisti: il patrimonio archeologico – in generale e non solo nelle grandi periferie delle città – è andato quasi irrimediabilmente perduto, per via dell’incedere del tempo, delle scelte di pianificazione del territorio e delle esigenze di sviluppo.

Quel che è giunto fino a noi, quindi, non è che una piccola parte di un immensa ricchezza. Nonostante ciò dobbiamo essere grati, in quanto per quanto piccolo, quello che che si è sorprendentemente conservato ci restituisce, attraverso gli scavi e le ricognizioni, migliaia di informazioni e reperti, incredibili bellezze e storie sempre nuove e affascinanti. 

Ma queste informazioni, questi reperti, questa bellezza e queste storie non sempre sono accessibili. Anzi, salvo rari casi di rinvenimenti monumentali, i siti, dopo attenta documentazione archeologica, grafica e fotografica, spariscono per sempre: o vengono sepolti da edificazioni ed infrastrutture o, una volta vincolati, vengono interrati sotto metri di tessuti e pozzolana, al fine di evitarne il depauperamento. 

In buona sostanza, quello che vediamo è una frazione infinitesimale di un tutto che non c’è più e una percentuale minima del poco che è rimasto. Quest’ultima parte, sebbene nascosta e dimenticata (tranne quando è monumentale) in realtà esiste e per certi versi vive.

Come ci insegna la Convenzione di Faro, l’importanza di questo patrimonio è direttamente proporzionale alla possibilità di essere studiato, raccontato, esperito non solo dagli esperti della materia ma anche dalla cittadinanza. Questo è tanto più vero nei cosiddetti quartieri dormitorio, che sono sono in realtà custodi di una ricchezza che se mostrata descriverebbe un altro territorio.

Questa archeologia invisibile e inaccessibile è per certi verso la pietra angolare di una possibile strategia di valorizzazione di questi aree di margine, in quanto sovvertirebbe il destino di aree urbane costruite (quasi) con l’intenzione di negare tutto ciò che sia mirabile ed esteticamente armonizzabile con il paesaggio circostante.

Per questo, da anni, l’Ecomuseo Casilino, attraverso attività di studio, ricerca, storytelling e pratica con i nuovi media didattici, sta mappando questo patrimonio fantasmatico.

La ricerca coordinata dall’archeologa Stefania Favorito è funzionale proprio alla ricostruzione del tessuto archeologico invisibile del territorio ecomuseale. Il racconto dei cosiddetti siti invisibili rappresenta, per noi, un’azione importante di accesso – virtuale ovviamente – alla cultura e al paesaggio di un territorio, garantendo così la possibilità alle popolazioni locali e ai visitatori di entrare in connessione con un patrimonio mai raccontato.

Partendo da una conoscenza che esiste ma che, come i nostri siti, è spesso negata, l’Ecomuseo sta costruendo un percorso di restituzione al pubblico di questo patrimonio, per raccontarlo e per costruire strategie di valorizzazione attraverso le nuove tecnologie immersive.

Il progetto di ricerca, che vede la collaborazione della Dott.ssa Francesca Bennardo, è promosso dall’Ecomuseo Casilino ed è partita a giugno 2020, con un’attività preliminare di raccolta dei dati. Nell’autunno del 2020 seguiranno diversi appuntamenti di restituzione della ricerca che terminerà, per la fine di dicembre 2020, con la pubblicazione di alcune schede di dettaglio dei siti censiti, la costruzione di un percorso di visita (virtuale) e l’elaborazione di un preliminare progettuale di valorizzazione attraverso le nuove tecnologie che vedrà la luce nei prossimi 2 anni.

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